Potremmo parafrasare così lo spot che recitava “metti un tigre nel motore”, apparso una quarantina di anni fa per pubblicizzare i prodotti della Esso, uno dei marchi italiani della Exxon. Già, i tempi cambiano, e questa multinazionale del petrolio piuttosto che sui grandi felini oggi punta su piccolissime microalghe unicellulari, dalle quali spera di ottenere nel prossimo futuro biodiesel a prezzi competitivi da poter commercializzare nelle sue catene di distribuzione.
Una delle tecnologie più mature a livello produttivo per la produzione alternativa di energia è quella dei biocombustibili, il cui maggior problema, attualmente, è l’approvvigionamento delle biomasse dalle quali estrarre gli oli o gli zuccheri da trattare per ottenere, rispettivamente, biodiesel e bioetanolo.
Come ha sottolineato la Fao, è irresponsabile - in un mondo in cui buona parte della popolazione è letteralmente affamata – pensare ad un uso energetico per le coltivazioni alimentari (mais, soia ecc.), così come è improponibile sottrarre all’agricoltura una quota significativa di aree coltivabili da destinare alla produzioni energetiche come la colza (dal cui olio si può ottenere il biodiesel). Inoltre, la produzione di biocombustibili a partire da scarti vegetali ligno-cellulosici, pur attualmente in studio, presenta diverse difficoltà tecniche. Ecco così che molti centri di ricerca sulle energie alternative stanno attualmente studiando la possibilità di estrarre oli vegetali da microalghe per ottenere il biodiesel.
In maniera un po’ tardiva rispetto ad altri concorrenti, anche il colosso petrolifero multinazionale Exxon Mobil si è recentemente lanciato nel settore dei biocombustibili, firmando un contratto di collaborazione con la Synthetic Genomics di J. Craig Venter per realizzare un progetto che prevede la possibilità di ottenere biodiesel da biomasse algali. La somma investita dalla partnership è di circa 410 milioni di euro, una cifra enorme per una compagnia come la Exxon, la quale fino a poco tempo fa metteva in dubbio persino l’esistenza del riscaldamento globale.
Ora, invece, parrebbe proprio che abbiano fiutato l’affare, in quanto la resa di carburante per ettaro coltivato arriva ad essere fino a 10 volte superiore per le alghe rispetto a quella di coltivazioni agricole classiche come soia e mais, che - come abbiamo detto – sarebbe meglio usare per sfamare i più sfortunati.
Attraverso la fotosintesi le alghe producono una biomassa composta in parte di oli vegetali e di altri idrocarburi, che possono essere trasformati in combustibili e altri composti chimici d’interesse. Inoltre, esse non sono destinate a usi alimentari (da alcune si ricavano integratori dietetici e cosmetici) e per farle crescere non è necessario sottrarre aree alle coltivazioni agricole. In prospettiva, dai dati del progetto risulta economicamente vantaggioso estrarre e trattare l’olio dalle alghe piuttosto che continuare lo sfruttamento di fonti fossili. Infine, va considerato che per le coltivazioni intensive deve essere fornita della CO2 pura per la fotosintesi, così il processo può essere accoppiato alla rimozione attiva di questo gas serra.
Venter pensa di poter arrivare ad un processo in continuo, anziché procedere periodicamente al raccolto delle alghe. Inoltre, la sua compagnia è riuscita ad ottenere delle microalghe geneticamente ingegnerizzate che secernono anche idrocarburi simili a quelli ottenuti durante il raffinamento del petrolio (distillazione frazionata), da cui ottenere ulteriori composti di interesse per l’industria chimica. Le due aziende ritengono che, col loro sforzo congiunto, sarà possibile ottenere in questo modo biodiesel in quantità commerciali e con costi accettabili entro i prossimi 5-10 anni.
R.G.
Per approfondimenti:
http://www.exxonmobil.com/corporate/energy_climate_con_vehicle_algae.aspx
da Green n. 19
Maggio 2010
|